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Il distanziamento sociale che vorremmo abbandonare, ma non possiamo

Distanziamento sociale

Distanziamento sociale” è diventata, in questi mesi, una delle parole d’ordine dell’emergenza Covid-19 in Italia. Con l’avvio della “fase 2” dell’epidemia le restrizioni sono state allentate e la vita precedente, in un modo o nell’altro, è riapparsa. Quel paletto, tuttavia, non ci ha abbandonato. Esso cammina a braccetto con la necessità di allontanare la malattia, proprio per le caratteristiche intrinseche di quest’ultima. In assenza di un vaccino, infatti, l’unica possibilità di rallentare il contagio è rappresentata dall’evitare i contatti con coloro che potrebbero essere stati contagiati, anche se asintomatici. Ma prima dell’apparizione del Coronavirus, avevamo mai riflettuto su cosa significasse dovere mantenere le distanze da qualcuno? Forse no, almeno non in Sicilia. Eppure, dovremo imparare a conviverci anche noi.

Distanziamento fisico o… sociale?

Gli italiani sono stati costretti negli ultimi tempi ad accorciare le distanze tramite nuovi mezzi. Schermi, tastiere e videocamere hanno sostituito a lungo il contatto umano. Ora, che le città hanno aperto nuovamente le loro strade, convivere con la necessità di stare lontani sembra ancora più difficile. La distanza, infatti, è adesso non più soltanto fisica, ma soprattutto sociale. Quelle interazioni in passato quotidiane, come un sorriso o un tocco di mano, sono velate da mascherine e guanti. Tanti i gesti proibiti. Il corpo è ormai libero, ma la mente ha il compito di restare blindata.

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Foto di Engin Akyurt da Pixabay

La Sicilia, quella che soffre ogni domenica

In Sicilia, alla domenica, il tavolo della sala da pranzo dei nonni si allunga e le sedie si infittiscono tanto da non riuscire ad alzarsi. Quale assembramento, è soltanto una mangiata. Il distanziamento sociale, quello dei decreti contro il Coronavirus, come lo spieghi alla nonna? Ha già preparato la pasta al pomodoro e il nonno ha già versato il vino. I bicchieri sono già mischiati, vai a capire adesso qual è il tuo. E, quando il pranzo è finito, i cugini scendono in cortile col pallone. Due tiri ed ecco i figli dei vicini di casa che chiedono “Possiamo giocare?”. Come dirgli di no. Intanto mamma ha messo su la caffettiera e, dopo avere versato la bevanda nel bicchierino, e chiede alla cognata: “Ce lo smezziamo?”. Zia Giovanna, quella che non sai neanche se sia davvero tua parente, invece, ha portato i dolci fatti in casa.

Una domenica di marzo, poi, cambia tutto. I nonni devono restare a casa ed i nipoti, manco a dirlo, non possono andare a trovarli. I caffè smezzati, da dimenticare. I bambini, certo, possono giocare, ma senza creare assembramenti. Una rivoluzione che, forse, abbiamo accettato senza pensarci troppo, soltanto per il bene comune. E, ora, che andiamo su e giù per le strade ma che il virus non lo vediamo? Chissà, se riusciremo a rispettare quel distanziamento sociale. Quando, inavvertitamente, qualcuno si avvicina per due baci sulla guancia o allunga una mano. Quando quel caffè sembra troppo lungo. Quando i bambini chiedono ripetutamente di andare al parco per incontrare i fedeli compagni di gioco.

Soffriamo, ma non buttiamo all’aria i sacrifici

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Foto di Manuel Darío Fuentes Hernández da Pixabay

Le videochiamate ed i saluti di fronte ad uno schermo, oggi, appaiono quasi vaghi ricordi. Il tricolore sul balcone non sventola più, né si sentono i cori e le canzoni alla finestra. Le arrustute sul terrazzino per Pasqua lasciano spazio alle prenotazioni ai ristoranti. L’Italia riparte, ed è giusto così. Eppure, non abbiamo ancora vinto. Medici e infermieri lottano ancora in corsia. Il Paese, giorno dopo giorno, piange ancora centinaia di morti. No, non è ancora il momento di gettare la spugna. Ripartiamo, ma in sicurezza e con responsabilità. Il distanziamento sociale può essere la nostra arma.

Il distanziamento sociale che vorremmo abbandonare, ma non possiamo ultima modifica: 2020-05-22T19:39:11+02:00 da Chiara Ferrara
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