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NATURA PAESAGGI

Il sacro custode di Palermo: Monte Pellegrino

Monte Pellegrino visto da Mondello

Vedetta eterna su Palermo, aspra, misteriosa, eppure familiare ed accogliente. Il più bel promontorio del mondo, che incantò Goethe e altri protagonisti dei gran tour in Sicilia tra il XVII e il XIX secolo. Custode delle reliquie di Santa Rosalia e della sua statua dalla dolce posa, talmente perfetta da sembrar vera. Riserva naturale orientata insieme al Parco della Real tenuta della Favorita. È Monte Pellegrino, il più suggestivo e noto fra i Monti di Palermo. Ricco di storia, natura e mito, è fonte inesauribile di fascino e curiosità.

Di nome in nome

Quando, durante la prima guerra punica, il geniale generale Amilcare Barca vi cercò un alleato, il Monte lo fu per ben tre anni. Tanto che i Romani lo chiamarono Mons “Peregrinus”, ovvero “ostile”, nonostante la sua modesta altura (circa 609 metri). I fianchi montuosi, infatti, pieni di anfratti e grotte, erano eccellente base sicura per l’esercito cartaginese che difendeva Palermo dall’invasione romana. A proposito di Fenici, un’ipotesi interessante collega a Monte Pellegrino (e agli altri attorno Palermo) il nome originario della città. Il Panhorm, che con i Greci assunse significato di “tutto porto”, potrebbe essere connesso al punico “pan-horm”, ovvero “cinto da rupi”. Torniamo al Monte e ai Greci, che, sottolineandone la ripidezza, lo chiamavano Εἱρκτή (Heircte). Cambiando parametro di denominazione, gli Arabi lo chiamarono prima Gebel Grin (Monte Vicino), che poi divenne Bel Grin. I Palermitani lo chiamano Munti Piddirinu, con l’affetto e la devozione che il suono richiama.

Monte Pellegrino visto da Romagnolo
La familiare e amata sagoma del Monte, vista da Romagnolo ph © Patrizia Grotta

Il Monte Sacro

Il mondo è pieno di montagne sacre, ma poche forse hanno la ricchezza mitologica di Monte Pellegrino, che è sacro da sempre, ancor prima della nascita della Zyz fenicia. Come raccontano le incisioni rupestri della grotta dell’Addaura, già in età mesolitica esso era – probabilmente – un luogo di sacrificio sciamanico. Poi giunsero i fondatori Fenici, che nel Monte adorarono Tanit, la dea di fertilità, amore, piacere e buona fortuna: un tripudio vitale! Prima di Rosalia, la grotta era sacra perché dedicata ad una ninfa che custodiva un’acqua prodigiosa. Nel tempo, il rito pagano fu sostituito dal culto per una Madonna dal potere taumaturgico similare. Quando, però, Rosalia la scelse come eremo negli ultimi dodici anni di vita, ogni precedente divinità e religione si sciolsero alla grazia della vergine palermitana. Non fu la prima eremita a preferirlo, però: le cronache annotano la presenza di Anacoreti che sul Pellegrino trovarono l’agognato silenzio.

Vista sul Golfo di Palermo da Monte Pellegrino
La vista da Monte Pellegrino ha indubbiamente del Sacro ph © Patrizia Grotta

I Misteri di Monte Pellegrino

Lo chiamiamo Monte, lo chiamiamo Promontorio; a distanza ci sembra una roccaforte compatta. O un cane acciambellato, come affettuosamente tanti Palermitani affermano. Ciò che noi inesperti individuiamo come entità unica è, però, piuttosto un massiccio montuoso. Ciò significa che il monte è un insieme complesso di pizzi, pianori, burroni, anfratti e grotte. Vi dicono qualcosa nomi come Pizzo Volo d’Aquila, Pizzo di Mezzo, Pizzo Rufuliata o Pizzo Monaco? Cosa immaginate leggendo Valle del Porco, Grotta del Pidocchio o Abisso della Pietra Selvaggia? Pensereste ad un misterioso mondo fantasy alla “Signore degli Anelli”? No: vi assicuriamo che sono luoghi veri, esistenti e – soprattutto – incastonati nel corpo calcareo del Pellegrino. Alcuni sono visitabili tramite sentieri escursionistici che variano in difficoltà da media a consistente. Altri sono inaccessibili a causa degli smottamenti frequenti. Di mistero in mistero, sapete che Monte Pellegrino custodisce dei fantasmi? O meglio degli stagni fantasma, che appaiono e scompaiono!

Grotte su Monte Pellegrino
Grotte ben visibili dall’Addaura ph © Patrizia Grotta

Sul pianoro superiore, infatti, in alcuni periodi dell’anno – quelli più piovosi – trovano sede due stagni temporanei. Sono il naturale Gorgo Rosso, dalla portata modesta, e l’artificiale Gorgo di Santa Rosalia. Questo appare alle piogge autunnali per esaurire il ciclo di vita annuale ai calori estivi. A proposito d’acqua: sapete che abbonda sul Monte? Non nella classica forma fluviale, quanto di innumerevoli infiltrazioni nelle rocce che d’improvviso si fanno sorgenti. Ne abbiamo un esempio proprio dentro la grotta di Santa Rosalia! Altro mistero: cosa ci fanno dei boschi – o quel che ne resta dopo l’incendio del 2016 – su un monte calcareo? Ciò che per noi è naturale, infatti, è invece impronta umana: a fine XIX secolo la borghesia palermitana fece rinfoltire il Monte. Apparvero così pini, cipressi ed eucalipti ad affiancare la vegetazione originale di euforbie ed olivastro. E a rendere ancor più complesso il fascino del nostro custode.

L’impronta umana su Monte Pellegrino, tra sacro, follia e oblio

I graffiti dentro le grotte dell’Addaura lo dimostrano: Monte Pellegrino ha accolto la presenza umana sin dall’età della pietra. Questi graffiti, unici nel loro genere, sono una straordinaria testimonianza di protoarte. Più sopra ve li significavamo come ritraenti la scena di un rito iniziatico con sacrificio umano, che è interpretazione più acclamata. Altre ipotesi, però, vedono in questi eccezionali segni l’esibizione di agili acrobati o, ancora, un “fotogramma” di una scena erotica fra uomini. Al di là di ogni più o meno verosimile interpretazione, comunque, permane l’importanza antropologica e artistica della loro presenza, che merita trattamento ben diverso da quello cui attualmente gli è riservato: l’oblio! Tra le impronte umane sul Monte, la più folle è la persistenza dei segni del terribile incendio che il 16 giugno 2016 angosciò i Palermitani. Di origine chiaramente dolosa, devastò più della metà della flora e sfiorò persino il Santuario di Santa Rosalia.

Castello Utveggio su Monte Pellegrino
Castello Utveggio fra bellezza e oblio ph © Patrizia Grotta

Se il Santuario è il simbolo sacro più noto sul Monte, il primato “laico” spetta al Castello Utveggio. Adagiato sul pizzo dal nome più semplice – Primo Pizzo – il gioiello liberty fu commissionato dal Cavaliere Michele Utveggio, intorno agli anni ’30 del XX secolo. Voluto come albergo d’élite, si affaccia su un balcone naturale con ammaliante vista sul golfo di Palermo. Nacque, però, forse sotto il segno di un sogno troppo ambizioso. La Seconda guerra mondiale, con le presenze militari, ne decretò il declino. A fine guerra, poté persino restare per decenni in balia di vandali. Finché nei primi anni ’80 non passò alla Regione. Sotto l’egida del CERISDI ospitò convegni ed eventi di alta formazione. Inutilizzato da tre anni, è tornato all’abbandono e all’inesorabile logorio del tempo.

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Monte Pellegrino, fra natura e impronta umana ph © Patrizia Grotta

Altra traccia umana, meno vistosa ma dalla posizione invidiabile, è il bunker della Seconda guerra mondiale, proprio alle pendici su via Monte Ercta, da cui i militari sorvegliavano Palermo. Oggi ne resta un antro facile da raggiungere, a memoria di come la bellezza possa essere piegata alla volontà bellica dell’uomo. Culti religiosi, postazioni militari, passeggiate naturalistiche, presenze geologiche inestimabili: tra doni naturali ed impronte umane, Monte Pellegrino è e resta un simbolo della complessità palermitana e della sua eterna bellezza.

Il sacro custode di Palermo: Monte Pellegrino ultima modifica: 2019-12-10T14:45:38+01:00 da Patrizia Grotta
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