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Il Grigio di Billiemi: storia di un’eccellenza palermitana

Grigio di Billiemi: i leoni di piazza Pretoria

Cosa accomuna i monoliti di Piazza della Memoria, il Palazzo delle Poste in via Roma e la chiesa di San Giuseppe dei Teatini ai 4 canti? Ci state pensando? Li avete visualizzati? Forse vi serve un aiutino. O forse ve lo diciamo già noi. È il Grigio di Billiemi, un’eccellenza palermitana plurisecolare, che attraversa e sostiene molte fra le più grandi bellezze della nostra città. Il mistero non vi si è ancora disvelato? Tranquilli, stiamo per raccontarvi tutto noi.

Oro grigio di Montagna

Credete di non sapere di cosa stiamo parlando, ma fra poco esclamerete: ho capito! Il nostro odierno protagonista è grigio, con venature a volte rosse o bianche o gialle o grigio più chiaro. È estremamente solido e resistente, tanto da mantenersi in piedi – spesso – nonostante le evidenti cicatrici dei bombardamenti. Nasce nel cuore delle falde del monte Billiemi, nel nord-ovest palermitano, e un tempo il suo arrivo in città era una spettacolare avventura. Qualcuno lo chiama “marmo”, poiché si offre ad una raffinata politura che lo rende lucido come specchio, ma è in realtà una pietra calcarea. Ha reso Palermo maestosa, consentendo per lei l’invenzione di un archetipo architettonico inimitabile nel resto d’Europa. Vi toglie il respiro in alcune delle più belle chiese palermitane, dove i suoi possenti monoliti sostengono complicate arcate e ardite volte. E chissà quante volte lo avete accarezzato, affascinati, nelle vostre visite a palazzi nobiliari.

Grigio di Billiemi nella Chiesa di Sant'Ignazio all'Olivella
Battesimo per il Grigio di Billiemi nella Chiesa di S.Ignazio all’Olivella ph © Patrizia Grotta

Prima di lui, del nostro grigio di Billiemi, c’era il marmo, spesso di Carrara. Bello, senza dubbio, e scenografico, ma anche dispendioso per costi di acquisizione e trasporto. Quando – ad inizio XVI secolo – gli Spagnoli guardarono Palermo e pensarono di renderla unicamente spettacolare, guardarono anche nelle casse del tesoro. Così nacque la domanda: come regalare maestosità alla città di nuova acquisizione senza svenarsi? In risposta, partì la ricerca di un nuovi materiali “edili”: qualcosa che fosse a chilometro quasi zero, abbondante, resistente e bello da guardare! Le ricerche individuarono tre pretendenti allo scettro: la pietra di Santa Maria di Gesù e i calcari compatti di Termini e di Monte Pellegrino. Quest’ultimo ebbe la meglio per qualche decennio, tanto da venire largamente utilizzato nei lavori di “ammodernamento” del Palazzo Reale. Il nostro “cenerentolo”, però, si faceva già notare – attendendo l’occasione propizia per andare al ballo del principe e divenirne il prediletto.

Il Grigio di Billiemi entra in scena

L’occasione arrivò di lì a poco! Nel 1600 il vicerè Maqueda concepiva uno dei suoi grandiosi progetti. Volle che si ricostruisse la chiesa di Santa Lucia al Molo Nuovo (successivamente noto come Borgo Vecchio). Poiché il nuovo edificio doveva possedere dimensioni imponenti, gli addetti ai lavori ebbero incarico di trovare un materiale con caratteristiche straordinarie di durevolezza e resistenza. Il momento era giunto: gli esperti, quelli veri, sapevano già che solo il grigio di Billiemi rispondeva in pieno a questa richiesta. Poiché alla resistenza e alla bellezza unisce una peculiarità: può essere estratto in monoliti unici dalle dimensioni mozzafiato, senza che essi si rompano durante la lavorazione! Difetto che, purtroppo, il calcare di Monte Pellegrino aveva alfine palesato. La chiesa di Santa Lucia fu un innovativo esperimento architettonico tutto palermitano che, grazie al grigio di Billiemi, riuscì in pieno. Colonne mastodontiche sostenevano volumi immensi; potenza e bellezza si sposavano armoniose.

Grigio di Billiemi: la maestosità di San Giuseppe dei Teatini ph © Patrizia Grotta
La maestosità di San Giuseppe dei Teatini ph © Patrizia Grotta

Nacque un nuovo canone edilizio ed artistico destinato – per secoli – a ripetersi e migliorarsi nello stragrande numero di chiese e palazzi che sorsero in città. L’edificazione della chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella, quasi contemporanea, conclamò l’ingresso ufficiale della pietra di Billiemi come protagonista assoluta. Se ne capirono tutte le potenzialità, non solo strutturali ma anche estetiche, grazie alle raffinate operazioni di lucidatura cui essa si prestava. La “consacrazione” dei possenti monoliti grigi arrivò poi in una delle chiese più spettacolari che Palermo possiede: San Giuseppe dei Teatini. Più di qualunque nostra parola, vale anche solo un’occhiata: le maestose colonne che si innalzano sicure e luminose verso l’altissimo tetto vi convinceranni dell’esistenza del Sacro! E qui, in questa chiesa, avrete anche riprova della resistenza del nostro Grigio. Alcune colonne mostrano le cicatrici delle scaglie di bombe, ma non avrete dubbi che esse possano reggere ancora in eterno.

L’amore si consolida

Seguirono altre chiese imponenti, come San Domenico o San Francesco Saverio, e magnifici chiostri. Palermo era ormai un trionfo di Billiemi. E non era ancora tutto: poiché presentava alta impermeabilità, si comprese che l’utilizzo fosse perfetto anche per l’esterno. Ecco le realizzazioni di imponenti motivi ornamentali ad arricchire i portali, e frontoni, mensole, volute. Come anche scaloni di oratori – andate a dare un’occhiata a quello dell’Oratorio di San Mercurio per farvi un’idea! Non furono solo le chiese, però, a sancire l’amore fra Palermo e il Grigio di Billiemi. Ci volle poco perché l’architettura civile si innamorasse degli spazi immensi sorretti dalle colonne. Palazzo Branciforte, fra gli altri, vi fornisce un esempio magistrale di ciò che poté il nostro Grigio per i palazzi nobiliari. Non mancò l’uso nell’arredo urbano (di cosa credete siano fatti i leoni di Piazza Pretoria) e nella pavimentazione stradale (di cosa sono fatte le basole?)

Grigio di Billiemi: uso moderno a Piazza della Memoria
Uso contemporaneo del Grigio di Billiemi: monoliti a piazza della Memoria ph © Patrizia Grotta

In tempi più moderni, a testimonianza dell’eternità del Grigio di Billiemi, due sono le espressioni di utilizzo clamorose. La prima deve ad Ernesto Basile l’esaltazione della duttilità della pietra. Prima di lui, nessuno l’aveva cesellata in linee sottili, addirittura scultorei. Nella realizzazione di villa Igea, il Maestro del Liberty dona al Grigio eleganza, raffinatezza, persino voluttuosità. Come una donna che scopra la propria sensualità! Ben diversa cosa, la seconda espressione del nostro calcare che caratterizzò l’architettura razionalista del periodo fascista. Protagonista assoluto, servì a dimostrare forza, potenza, grandiosità. Una sorta di ritorno agli inizi maestosi, sebbene con “filosofia” prepotentemente diversa. Ne avrete idea osservando le colonne del Palazzo delle Poste o l’austerità della Casa del Mutilato. Oggi, il legame non si è sciolto, ma è meno evidente. Il Grigio vi offre, ad esempio, le panchine e le fioriere delle isole pedonali o i monoliti commemorativi di piazza della Memoria.

Un’ultima curiosità sul Grigio di Billiemi

A questo punto, crediamo che il mistero del Grigio di Billiemi vi si sia ampiamente svelato. Siamo certi che lo guarderete con nuovi occhi in ognuna delle sue manifestazioni urbane, apprezzandone la storia. Vogliamo chiudere con una curiosità. Molti di voi conoscono via Colonna Rotta, ma quanti conoscono l’origine del nome? Anche qui entra in scena il nostro bel calcare. Come accennavamo, l’arrivo in città dei monoliti dalle cave sul monte era avventuroso. Provate ad immaginare il trasporto di file di giganteschi pezzi che dovevano raggiungere la città nel modo più sicuro possibile. Un po’ come se una carovana di dinosauri attraversasse un centro abitato! Infatti, la prima strada che si praticò si rivelò accidentata, tanto che una delle colonne per San Giuseppe si ruppe nel tragitto. E dove accadde? Proprio nella via che da allora fu denominata “colonna rotta”, a memoria di un evento dal grande impatto scenico.

Patrizia Grotta

Autore: Patrizia Grotta

Psicologa e Psicoterapeuta umanista, nonché personal writer con lo pseudonimo di Ljus av Balarm. Unisce psicologia e scrittura creativa nell’ideazione e facilitazione di laboratori psicocreativi di lettura e scrittura. Si occupa anche di biblioterapia.
Il Grigio di Billiemi: storia di un’eccellenza palermitana ultima modifica: 2019-12-02T14:39:42+01:00 da Patrizia Grotta

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