CULTURA DIALETTO

Un tesoro di lingua: ispirazioni multiculturali del Siciliano

ligua siciliana:

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A lungo disprezzata dalla cultura nazionale, relegata – come da letteratura verista – ai poveri e diseredati. Poi dissacrata nell’accostamento con malaffare e mafia. Quindi sdoganata – sebbene reinventata – dal successo di Camilleri e della sua Vigata. È la lingua siciliana, tout court Siciliano, nelle sue varie sfumature locali, con la sua in realtà elevata origine e rilevante storia. Tanto da meritare il riconoscimento UNESCO di lingua regionale – con un’essenza multiculturale! E, a volerne parlare, è come schiudere le porte di uno straordinario universo a rischio di estinzione.

Il battesimo ufficiale della lingua

Pir meu cori alligrari/chi multu longiamenti/ senza alligranza e joi d’amuri è statu/mi ritornu in cantari*.
Siamo alla corte palermitana di Federico II, fervida dimora di arte, scienza, letteratura e filosofia. Grazie ai semi già piantati da Guglielmo II, Palermo è ormai riconosciuta e rinomata fucina di poeti. E lo sarà per un secolo intero, a cavallo fra il XII e il XIII secolo. È qui che nasce la Scuola Poetica Siciliana, nel cui grembo si perfeziona e ufficializza la lingua siciliana. Il componimento Pir meu cori alligrari di Stefano Protonotaro è l’unica pura testimonianza degli esordi ufficiali della lingua. Unica non perché le opere dei letterati siciliani fossero poche, tutt’altro! Unica piuttosto, perché nell’opera di trascrizione successiva – ai fini della loro perpetuazione – gli originali subirono alcuni rimaneggiamenti alla maniera toscana. Tutti tranne, appunto, la canzone di Protonotaro, che assume quindi un’importanza fondamentale nella storia del Siciliano.

Quando Protonotaro, Cielo D’Alcamo, Giacomo Da Lentini e gli altri scrivevano in siciliano, non stavano inventando una lingua. La loro fu, piuttosto, una prestigiosa opera di perfezionamento e integrazione di una realtà esistente. Di fatto, diedero elegante notorietà ad una miscela derivante dal latino volgare ma che già allora, come nei secoli successivi, presentava innesti da altre lingue. In una sorta di mappa linguistica delle presenze straniere che hanno attraversato l’Isola, il Siciliano nasce con quell’impronta dinamicamente recettiva che lo rende multiculturale! E, attenzione, è di lingua che parliamo non di dialetto, poiché è ormai ampiamente riconosciuto che essa non derivi dall’italiano, ma si sia sviluppata indipendentemente. Una propria fonologia, morfologia, sintassi, grammatica: l’intero bagaglio, insomma, che serve a identificare e formare una lingua completa. Come tutti i Siciliani sanno, poi, esistono varianti della lingua madre, legate ad un territorio e ad una – pur minima, a volte – diversa storia colonizzatrice.

Una lingua, cento mondi

Che ad esprimersi sia un Palermitano, un Catanese o un Agrigentino, nelle varianti di cui accennavamo, poco importa: è in siciliano che si esprime. Può accadere che per alcuni termini non ci si comprenda reciprocamente, ma questo non parla certo di disordine linguistico. Parla piuttosto di quelle differenze nella storia dell’Isola, dei diversi colonizzatori che vennero per conquistarla e finirono con l’innamorarsene. Un esempio di differenze, su tutte, che valga a spiegare: quando nella Sicilia orientale la lingua dei coloni era il greco, in quella occidentale era il punico. Il tutto innestato nelle lingue originarie degli abitanti indigeni di Trinacria: Elimi, Sicani e Siculi. Oltre a Fenici e Greci, si sa, ci furono i Romani col loro latino. E Arabi, Normanni, Svevi, Francesi, Spagnoli, Americani! Tutti a bordo e ognuno paga un prezzo speciale per la permanenza: un lascito linguistico che rapido si sedimenta nella salda struttura della lingua siciliana.

Ispirazioni greche nella lingua siciliana

Non possiamo riportare tutte le ispirazioni colonizzatrici nella lingua siciliana – che ne hanno determinato il carattere multiculturale – ma ci piace giocare con voi con quelle più simpatiche. E così, quando a qualcuno che ha appena rotto maldestramente qualcosa cantate viri chi dannu ca fannu i babbaluci, ricordate che la parola siciliana per lumaca deriva dal greco boubalàkion. E se quella persona risponde che avete voglia di babbiari (scherzare), è ancora al greco che attinge: babàzo. Chi non ha mai messo una pianta in una bella rasta (vaso, da grasta)? Magari una di pitrosinu (da petroselinon) o di piricòcu (da berikoko) – rispettivamente prezzemolo e albicocco. Se per farvi aprire una porta dovete tuppuliari (bussare), lo dovete all’originale typtō. Da typtō a taptō e, opsss, il soggetto diventa il tabbutu, ovvero la bara! A questa preferiamo la naca (nàke), ovvero la culla, dove poggiamo il nicu (nicròs, variante di micròs), ovvero il piccolo.

Ispirazioni arabe

Non c’è Siciliano che in vita sua non abbia mai esclamato almeno una volta: mischinu! Per gli Italiani poverino, ma dall’arabo miskīn. E a chi non piace taliàri (guardare, da ṭalaʿa´) qualcosa di bello? Per non parlare di alcuni dei simboli iconografici della Sicilia: la zagara (zahra) o la zammara (da sabbara; per gli Italiani: agave) o lei, la regina dei dolci, la cassata cassata (qashata). E attenti se in spiaggia o in campagna inciampate su una nascosta balata (balat), ovvero una pietra! Se qualcuno vi infastidisce, non esitate a dirgli “sei una camula” (qamil/qamla): gli avrete dato della tarma, ma almeno lo avrete zittito. Siamo in estate e potreste essere investiti dalla fahara (harar), aria calda da cui potreste cercare sollievo al fresco di un bagghiu (bahah), cioè di un cortile. E proprio in estate quanto fondamentali sono le gebbie (jabh) per l’acqua che irriga i campi arsi dal sole?

Ispirazioni franco-normanne

Marito e moglie: lui non trova le quasetti (calze, da chausettes), che puntualmente poi lei trova nel cassetto dell’armaru (armoire, armadio). Scornato, allora lui le rimprovera la sua mania di accattari (acater, comprare) così tante cose che non sa più dove appujari (appuyer, appoggiare) le proprie e così diventa foḍḍi (fol, pazzo). La moglie prima gli dice che è proprio lariu (laid, brutto) quando si arraggia (rage, rabbia), poi lo addolcisce con della racìna (raisin, uva). Ma è ora di andare a travagghiari (travaller, lavorare), così il marito si sistema il mustàzzu (moustache, baffi). Intento a rimirarsi, non vede la buatta (boîte, barattolo) per terra, finisce con il truppicari (triper, inciampare) e quindi s’attummulia (tomber, cadere). Mentre darrieri (derrière, dietro) la moglie ride, lui diventa giarnu (jaune, giallo) di stizza e le chiede di non ammuntuari (mentevoir, nominare) più la parola calze dinanzi a lui, dornavanti (dorénavant, d’ora in avanti).

Ispirazioni spagnole nella lingua siciliana

Con le derivazioni spagnole nella lingua siciliana si potrebbe scrivere un romanzo! Prima nelle varianti aragonese e catalana e poi con quella castigliana, le dominazioni iberiche hanno donato al Siciliano non solo parole, come le altre presenze, ma anche fondamentali strutture grammaticali e sintattiche. Quando, ad esempio, un Siciliano dice havi tri iorna ca nun dormu (non dormo da tre giorni, letteralmente ha tre giorni che non dormo) non sta commettendo crimine linguistico! Sta semplicemente seguendo la regola grammaticale castigliana del complemento di tiempu (tiempo, tempo). E se u vientu fa abbuccari (abocar, cadere di lato) le cose, è ora di arricugghirisi (recollir-se, rincasare). E, una volta a casa, è tempo di priàrisi (prear-se, rallegrarsi) mettendo sul fuoco la pignata (piñata, pentola) della salsa con l’anciova (anxova, acciuga). Ricordando di girarla di tanto in tanto con la cucchiàra (cuchara, cucchiaio). E senza affruntàrisi (afrontar-se, vergognarsi) di chiedere il bis!

Patrizia Grotta

Autore: Patrizia Grotta

Psicologa e Psicoterapeuta umanista, nonché personal writer con lo pseudonimo di Ljus av Balarm. Unisce psicologia e scrittura creativa nell’ideazione e facilitazione di laboratori psicocreativi di lettura e scrittura. Si occupa anche di biblioterapia.

Un tesoro di lingua: ispirazioni multiculturali del Siciliano ultima modifica: 2019-07-31T10:06:28+02:00 da Patrizia Grotta

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