MONUMENTI PERSONAGGI

Giacomo Serpotta: il Signore degli Stucchi

Bianco Serpotta: putto bambino in posa deliziosa

putto bambino in posa deliziosa - Oratorio del Rosario di Santa Cita ph.©Patrizia Grotta

Tra gli indimenticabili colori di Palermo, ce n’è uno che salta meno agli occhi – custodito com’è all’interno di gioielli architettonici. Tra l’azzurro del cielo e l’ocra dei suoi monumenti, Palermo è ricca anche di un candore abbagliante, che dà forma ad imperitura bellezza. È il bianco Serpotta e con voi siamo pronti ad immergerci in questo universo mozzafiato.

Bianco Serpotta: allegoria di Vittoria e Purezza - Oratorio dei Bianchi (1703/4 ca)

Allegoria di Vittoria e di Purezza – Oratorio dei Bianchi (1703-04 ca) ph.©Patrizia Grotta

Genio e stucco

Sebbene difficile da credere all’occhio che si incanta sulle sue sculture, Giacomo Serpotta è uno stuccatore. Nato alla Kalsa il 10 marzo 1652 in una famiglia tradizionalmente dedita alla scultura, apprende sin da piccolo la maestria marmorea. La precoce morte del padre, però, dirotta Giacomo a bottega presso gli stuccatori. Sembra una retrocessione, ma è invece trampolino verso la gloria. Mostrando già da ragazzo straordinaria creativa abilità, egli diviene Magister Stuccator inimitabile. Le commissioni si moltiplicano e le sue mani operano con quella divina ispirazione che le benedice. I costi minori dello stucco rispetto al marmo, d’altronde, allettano stuoli di committenti che vogliono bellezza eccelsa senza svenarsi. Prima col fratello maggiore Giuseppe, poi solo o col figlio Procopio, riceve incarichi a Messina, Alcamo, Agrigento, Castelbuono, Monreale. È però la Palermo che si trasforma nel Barocco ad impreziosirsi delle sue opere, spirituali per concezione ma carnali per la strabiliante consistenza.

Bianco Serpotta: angelo con palma - Oratorio dei Bianchi (1703/04 ca)

Angelo con palma – Oratorio dei Bianchi ph.©Patrizia Grotta

Dicevamo dunque che il bianco Serpotta prende forma dallo stucco, ovvero quel delicato impasto di gesso e calce che nell’arte barocca e in quella successiva del rococò fa da padrone nei motivi ornamentali o negli elementi architettonici secondari. Con Giacomo Serpotta, lo stucco assurge invece a materia prima di statue e teatrini, oltre che soltanto di rilievi e cornici. Due gli elementi che rendono inaccostabile l’opera serpottiana: la sovrumana capacità modellante di volumi e profondità e la tecnica dell’allustratura. Quest’ultima è l’innovazione tecnica introdotta dall’artista, che con essa permea di luce e setosità lo stucco. Il geniale Giacomo la otteneva ricoprendo l’opera finita in stucco con una patina composta da cera, idrossido di calcio e finissima polvere di marmo di Carrara. Questa veniva poi sapientemente levigata con panni di lino e spatole calde, fino ad ottenere un effetto di candida ed elegante luminosità.

Esplosione di bianco Serpotta

Il bianco Serpotta inonda chiese e oratori del Barocco palermitano a cavallo fra 1600 e 1700. Sculture, teatrini, cornici, trompe l’oeil, bassorilievi: un’esplosione creativa che dal modello in creta ispira il dettagliato stampo in gesso ed esita nella sensoriale luminosità statuaria. Le opere hanno carattere religioso e morale, poiché tale è la committenza, ma nelle mani di Giacomo trovano caratteri originali di magnifica umanità. Le donne delle sue Virtù e delle sue Allegorie interpretano certo elementi spirituali, ma si plasmano in forme sensuali e profonde. I suoi puttini seguono certo la tradizione artistica figurativa degli angioletti, ma prendono carne, spudoratezza, riflessività e curiosità nei giochi plastici di voluttuosi bambini. I suoi teatrini, poi, stravolgono l’idea classica delle decorazioni a stucco trasformandola in condensati di profondità scenica e ricchezza narrativa. Tutto immerso in quel bianco serpotta che entra negli occhi e sprofonda nell’anima, con un sentimento di complessa malia.

Bianco Serpotta: teatrino con la battaglia di Lepanto all'Oratorio del Rosario di Santa Cita

Teatrino con Battaglia di Lepanto, Oratorio del Rosario di Santa Cita ph.©Patrizia Grotta

Impossibile fare qui un elenco completo delle opere serpottiane; consigliamo per questo il catalogo di Donald Garstang, raffinato conoscitore del Magister Stuccator. Possiamo, però, menzionare gli Oratori in cui il bianco serpotta impera assoluto: quelli del Rosario a San Domenico e a Santa Cita, San Lorenzo all’Immacolatella o di San Mercurio (prima commissione importante!). E indicarvi alcune chiese, in cui l’artista ha lasciato opere imponenti, come San Francesco D’Assisi o Sant’Agostino. O tracce puntuali e preziose come a Santa Ninfa ai Crociferi, la Gancia, Casa Professa o San Matteo al Cassaro. Nella cripta di quest’ultima Serpotta, deciderà di riposare, quando il 27 febbraio 1732 la morte arresta il lavoro delle sue mani. Qui resterà fino a inizio XX secolo, allorché le normative igieniche ordineranno svuotamento delle cripte e traslazione dei resti nei cimiteri. Le opere lucenti di bianco serpotta, invece, restano al loro posto. O quasi.

Bianco Serpotta: la sensuale carnalità umana del Sacro

La sensuale carnalità umana del Sacro – Oratorio del Rosario di Santa Cita ph.©Patrizia Grotta

L’oratorio dei bianchi

O quasi, dicevamo. Tra i luoghi visitati per immergerci nel prodigio del bianco Serpotta, uno ci ha particolarmente colpito per la sua valenza di custode della bellezza. Di questo vogliamo raccontarvi, per celebrare i 287 anni dalla morte del Maestro. È l’Oratorio dei Bianchi, che non deriva il nome dal colore dell’arte serpottiana, quanto piuttosto dalla Confraternita che vi operava. Sembra incredibile, ma lungamente l’arte serpottiana scivolò nel limbo, da cui solo l’entusiasmo innamorato di Donald Garstang poté sottrarla nella seconda metà del ‘900!

Un secolo prima, mani illuminate avevano asportato alcuni stucchi serpottiani dalle cappelle della Pietà e della Vergine nella chiesa palermitana delle Stimmate di San Francesco, che stava per essere abbattuta (1875) per far posto al Teatro Massimo. Questo prezioso ensamble, dopo un primo soggiorno al museo Nazionale, dimora proprio nell’Oratorio dei Bianchi, dove se n’è riprodotta – grazie a fotografie antecedenti la demolizione – la primitiva disposizione.

Bianco serpotta nella perfezione umana dei putti bambini

La perfezione umana dei putti bambini ph ©Patrizia Grotta

Questa collocazione ad altezza uomo consente l’impagabile esperienza di trovarsi a pochi centimetri da opere emozionanti perché intense. Ammiriamo così la perfezione dettagliata dei putti bambini che carambolano nei loro giochi: dentini che appaiono da tenere bocche, occhi che ci stuzzicano sopra gote piene. Oppure scrutiamo le pieghe morbide e piene delle sue donne, santa Rosalia e le allegorie di Carità, Purezza e Vittoria. Ci è persino possibile seguire le curvature di luce sui suoi angeli! Viviamo anche la curiosità di studiare un bozzetto in terracotta naturale della Carità, che ci svela l’inizio del complesso processo artigianale! Tutto si sviluppa attorno al perno focale dell’imponente composizione dell’Eterno Padre, che si slancia dal suolo come in un inizio di danza. A questa distanza ravvicinata, maggiormente cogliamo la sinuosa carnalità che destò scandalo all’epoca, poiché compenetrava il sacro nella realtà voluttuosa dell’umana forma. E portiamo con noi l’incanto del bianco serpottiano.

Patrizia Grotta

Autore: Patrizia Grotta

Psicologa e Psicoterapeuta umanista, nonché personal writer con lo pseudonimo di Ljus av Balarm. Unisce psicologia e scrittura creativa nell’ideazione e facilitazione di laboratori psicocreativi di lettura e scrittura. Si occupa anche di biblioterapia.

Giacomo Serpotta: il Signore degli Stucchi ultima modifica: 2019-02-27T12:21:12+01:00 da Patrizia Grotta

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