I PALERMITANI RACCONTANO PALERMO

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Le storiche epidemie a Palermo: tra fattori comuni e personaggi eccellenti

5e78a1924d60e 5e78a1924d612trionfo Della Morte, Già A Palazzo Sclafani, Galleria Regionale Di Palazzo Abbatellis, Palermo (1446) , Affresco Staccato.jpg

La condizione insulare della Sicilia non l’ha mai in realtà protetta dalle invasioni, che fossero di guerrieri o di agenti patogeni. Così fra prescrizioni e loro violazioni, fra paure e flashmob, fra voci di corridoio e comunicazioni ufficiali, anche Palermo fronteggia il fatidico coronavirus. Qualcuno fra i Palermitani avrà fino all’ultimo sperato che non arrivasse in Sicilia. In molti, invece, hanno subito intuito che sarebbe soltanto stata questione di “quando” e non di “se”. Alcuni fra i nostri concittadini pensano ancora che si stia esagerando e li vediamo adottare comportamenti scriteriati, tali da mettere a rischio loro e altri. La storia, però, ci racconta di molte epidemie a Palermo, con i due grandi protagonisti delle stragi cieche: il colera e poi lei, la Signora Morte nera – la Peste.

Peste e colera fra le epidemie a Palermo

Nei secoli scorsi, è facile comprenderlo, le epidemie non erano insolite, anzi erano eventi ciclici cui la popolazione era in qualche modo familiare. Dall’antichità fino alla cosiddetta influenza spagnola del 1918/20, le epidemie – o peggio le pandemie – erano tsunami che travolgevano l’umanità e i modesti baluardi che le vecchie conoscenze opponevano. La spagnola provocò il numero di vittime più alto e terribile della storia – talmente tante da essere difficilmente stimabili fra 50 e 100 milioni. E poté raggiungere persino isole sperdute dell’Oceano pacifico, come anche dell’Artico! Una sorta di globalizzazione ante litteram. A lei seconda, per primato, solo la famosa Peste Nera del XIV secolo che – nata in Cina – attraversò il mondo e giunse persino in Sicilia. Come altre: le epidemie di peste più famose e che colpirono anche Palermo furono quelle del 1575, del 1624-25 e del 1775-76.

Il colera, dal potenziale meno devastante, non ha risparmiato la nostra città, colpendola particolarmente nel 1837, nel 1854.55, nel 1866-67 e nel 1855-87. Fra tutte queste storiche epidemie a Palermo, oggi vogliamo raccontarvene due in particolare, connesse a due personaggi eccellenti della nostra storia. La prima, naturalmente e immancabilmente, è legata a Santa Rosalia. La seconda è connessa ad un uomo il cui nome – nella memoria odierna – è legato soltanto ad un ospedale della città, mentre scopriremo la sua genialità: il medico Gian Filippo Ingrassia.

Epidemie a Palermo: città deserta al tempo del coronavirus
La Palermo deserta al tempo del coronavirus ph © Patrizia Grotta

La peste della Santuzza

Contagio di avventatezza nelle epidemie a Palermo

Non c’è Palermitano che non conosca la vicenda, almeno per sommi capi: nel maggio del 1624 una nave attraccò al porto della città, portando con sé la Morte nera. Leggendo i fatti delle epidemie a Palermo, come di tutto il resto del mondo, si colgono i fattori comuni. Alla base dell’invasione dell’agente patogeno c’è sempre un comportamento avventato. Oggi possiamo individuarlo – forse – nell’individualismo egoista di chi ha lasciato la ex zona rossa lombarda, focolaio italiano del covid-19. In quel maggio d’inizio XVII secolo è l’avidità umana. La nave del contagio, infatti, proviene da Tunisi e porta in stiva varia oggettistica preziosa destinata in dono al viceré Emanuele Filiberto di Savoia. La nave ha già provato lo sbarco a Trapani, che però lo ha negato. Stesso diniego perviene dal Senato palermitano, che è però scalzato nella decisione da Antonio Navarro, segretario del viceré: come rinunciare a tanto tesoro? Così l’avidità spalanca le porte alla Signora con la Falce.

La fulmineità del contagio

Secondo fattore comune nelle epidemie a Palermo e nel mondo? La fulmineità del contagio! Ce lo diciamo tutti: non è tanto la mortalità da covid-19 ad impressionare, quanto la facilità del contagio. Ebbene, lo stesso accade nel 1624. La peste colpisce silenziosa le prime vittime vicino al porto, tra i vicoli in cui l’equipaggio del vascello circola in cerca di distrazioni. Da quella notte non si ferma e in capo ad un mese ha invaso la città. Il 24 giugno arriva il proclama ufficiale: Palermo è preda della peste! Da settimane, ascoltiamo riflessioni e polemiche sulla prontezza nel riconoscere l’emergenza sanitaria e sulle misure approntate. Catapultatevi in quella primavera: niente ospedali, niente terapia intensiva, né medici e infermieri da osannare come veri eroi. Conoscenze medico-scientifiche insufficienti, condizioni igienico-sanitarie da brivido: terreno fertile per la falce della Morte nera. Coi mezzi e le conoscenze attuali, il nemico rimane la stupidità umana!

Epidemie a Palermo: Preghiera A Santa Rosalia
La preghiera ufficiale a S. Rosalia contro il coronavirus

Malattia e fede

In quella tornata di peste, contagio e decessi sono catena interminabile per oltre un anno. Ogni Palermitano purosangue sa dire come e perché finì il contagio: Rosalia, la vergine eremita, indicò la strada. E da lì ebbe inizio il lungo ed inscalfibile rapporto fra la città e la Santuzza. Il rapporto fra malattia e fede è, infatti, un terzo fattore comune nell’analisi delle epidemie a Palermo. In questa pandemia da coronavirus, persino le celebrazioni religiose sono state proibite – per evitare il contatto sociale. Non manca, però, il bisogno di rivolgersi alla Santuzza, così che è già a disposizione dei fedeli la preghiera da dedicarle.

Gian Filippo Ingrassia: la luce nel buio delle epidemie a Palermo

Torniamo indietro nel tempo ed entriamo nella Palermo del XVI secolo. È il 1575, una tipica bella estate siciliana. Forse anche questa volta il pericolo arriva dal mare, quel mare così vitale per l’Isola. Ancora una nave, forse un mercante di tappeti – prima fra le vittime, assieme alla prostituta con cui si apparta. Qualunque sia l’innesto, il contagio segue il criterio che conosciamo: rapidità silenziosa, tanto da essere già consistente quando infine si palesa ufficialmente. Se meno di un secolo dopo Palermo si affiderà a Santa Rosalia, tra il 1575 e il 1576 la città deve molto ad un uomo. Scienziato, potremmo ben definirlo, per l’accuratezza e la profondità delle sue conoscenze teoriche e pratiche: Gian Filippo Ingrassia, medico nato a Regalbuto ma formatosi fra Palermo e Padova. Ha più di sessant’anni quando la peste arriva a Palermo e ha alle spalle una carriera di meriti e riconoscimenti.

Epidemie a Palermo: Ritratto di Gian Filippo Ingrassia
Ritratto di Gian Filippo Ingrassia (Regalbuto 1510 – Palermo 1580)

Coordinatore perfetto nell’emergenza

Innovativo, intuitivo, indefesso, a lui viene affidato il coordinamento della drammatica e pericolosa emergenza sanitaria e sociale. Per prima cosa, Ingrassia intuisce che la malattia è contagiosa. E che novità sarebbe, dite? Ebbene, non era una conoscenza scontata, credetelo, ecco perché le vittime potevano essere a migliaia! Ingrassia lo comprende e provvede alla separazione fra sani e contagiati, ponendo così una prima barriera al contagio. Porta a Palermo il concetto di lazzaretti, ovvero – come Manzoni ci ha insegnato – quegli ospedali specifici in cui contenere e curare gli infetti. Grazie alle sue straordinarie conoscenze, individua la causa della malattia con la sua innovativa teoria sui seminaria. Cosa sono? Quelli che egli definisce corpuscoli pestiferi e che oggi, fra l’altro, sono parenti del nostro covid-19. Comprende la necessità di depurare l’aria dalla loro presenza, con opere profonde di bonifica nel territorio e degli ambienti infettati.

Quarantena, alimentazione e solidarietà: ingredienti contro le epidemie a Palermo

Consapevole che l’agente patogeno arriva dal mare, prescrive la quarantena per le navi al porto e la chiusura delle porte di città (vi risuona familiare?) Attento ad ogni dettaglio, Ingrassia individua un elemento importante e prima trascurato: la necessità di una buona alimentazione. Buon pane e buona carne, dice, possono immettere buoni umori per cacciare i cattivi. Ecco perché invita i benestanti a quella che oggi chiameremmo raccolta fondi: elemosina costante e cospicua per gli indigenti che non possono comprare le due cose. Oggi circolano teorie complottistiche sull’origine in laboratorio del covid-19 e sulla sua diffusione come arma. Niente di nuovo neanche in questo dettaglio per il nostro buon protomedico. Ingrassia, infatti, si spende persino per questo, per debellare l’allora diffusa teorie sull’origine artificiale e intenzionale della peste.

I furbetti di oggi e di ieri

Credete che, nelle epidemie a Palermo, i furbetti delle violazioni siano invenzione moderna, con chi si improvvisa ciclista o podista per sfuggire al #iorestoacasa? Eh no! Poiché aveva ben chiaro che i corpuscoli pestiferi si annidassero su tessuti e mobilia, Ingrassia ordina che si proceda alla distruzione nel fuoco di questi oggetti nelle case in cui si verifica anche un solo caso di contagio. Fatta la legge trovato l’inganno: i furbetti del XV secolo omettono di denunciare i contagi in casa per evitare che il loro arredamento sia bruciato. Così Ingrassia chiede ed ottiene che i controlli di polizia siano serrati. E a chi lo accusa di mantenere la peste in città, lui come gli altri medici, per continuare a percepire la parcella, egli risponde rinunciando ad ogni compenso.

Insomma, lo avrete capito, a prenderlo dal suo tempo e a portarlo nel nostro, il luminare siciliano sarebbe in prima linea a guidare la guerra contro il covid-19! Così, quando potremo tornare a passeggiare per la nostra Palermo, non sarà male recarsi a rendere omaggio alla sua tomba, al pantheon di San Domenico – nella cappella di Santa Barbara che egli tanto amò.

Le storiche epidemie a Palermo: tra fattori comuni e personaggi eccellenti ultima modifica: 2020-03-23T12:45:02+01:00 da Patrizia Grotta
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