CULTURA PERSONAGGI

Francesca dei veleni

Veleno nei vicoli: piazza Marina nel XVII secolo

Palermo, XVII secolo. Un killer silenzioso miete vittime senza pietà e senza tracce; questa volta, però, la peste non c’entra. Questa volta a portare la morte sono mani umane, mani di donna che distribuiscono veleno nei vicoli. Le mani di una donna che provò a fare dell’avvelenamento un’attività commerciale in espansione. Questa è la storia di Francesca “La Sarda” Rapisardi, avvelenatrice seriale.

L’imprenditrice del veleno

Efficace ed irrintracciabile: i requisiti del veleno ideale. Lo sa bene Francesca, mentre opera rapida con il suo veleno nei vicoli dell’antica Palermo. Il suo veleno arriva dritto al bersaglio ed è a disposizione di chiunque lo voglia. E lo paghi, ovviamente. Che il bersaglio siano amanti ormai indesiderati, mariti violenti o rivali fastidiosi, il veleno è l’arma perfetta e quella meno emotivamente coinvolgente. Francesca è maestra in quest’opera di distribuzione! Non che sia la prima: all’inizio del ‘600, un’altra donna – Sebastiana Arizzi – aveva abilmente dispensato mortali pozioni, prima di essere arrestata e giustiziata. Francesca, però, è diversa, lei pratica un’operatività capillare, capace di andare oltre i confini cittadini verso mercati più ampi. Tanto che di lei Rosario la Duca, nel libro “I veleni di Palermo”, dice: (con Francesca) il veneficio esce dal suo primo stadio artigianale per raggiungere una fase più avanzata. Una mente manageriale, insomma, un’imprenditrice del veleno!

Veleno nei vicoli: L'ex Vicolo delle Teste, ora Vicolo di Palagonia all'Alloro

L’ex Vicolo delle Teste, ora Vicolo di Palagonia all’Alloro ©Patrizia Grotta

La pozione di Francesca è un veleno diabolico in acqua, del quale basta una goccia in qualsiasi altro liquido per sottrarre la vita in meno di tre giorni. A Palermo e nel Regno di Sicilia, sono decine, forse centinaia, le persone che ne muoiono. Una strage silenziosa, troppo diffusa per non attirare prima o poi l’attenzione degli inquirenti. A quel punto, può bastare un solo errore perché l’architettura operativa si sgretoli. Francesca lo sa. Eppure, a lungo, sebbene nota e utile a molti per l’opera di pulizia relazionale, sfugge ai suoi cacciatori, dando l’impressione di poter essere ovunque col suo veleno nei vicoli. Ma chi è Francesca? Una straordinaria alchimista, capace di creare il veleno perfetto, o l’abile manager di un’impresa mortifera che trova fertile mercato negli umani intrallazzi? La risposta arriverà, purtroppo per lei, nel momento peggiore della sua carriera: quello del suo arresto.

Fine di un’impresa

Ad inizio febbraio del 1633, infatti, Francesca arriva al suo ultimo giorno di libertà. Le guardie mettono fine alla presenza invisibile del suo veleno nei vicoli e la portano nelle carceri della Vicaria. Tra queste mura, si attua la classica prassi della tortura spagnola, in grado di distruggere la volontà delle menti e la forza dei corpi. Francesca, che ha fatto del veleno un’arma proprio perché non avvezza alla fisicità della violenza, cede e confessa. La sua opera da pioniera di un’avventura commerciale a vasto raggio si infrange contro la crudezza pragmatica spagnola. La sentenza della Regia Corte Capitaniale la condanna alla decapitazione. L’esecuzione avviene il 17 febbraio 1633, sul piano della Marina, teatro di innumerevoli esecuzioni sotto il dominio spagnolo e oggi sito della bellissima Villa Garibaldi.

Veleno nei vicoli: oratorio della nobile, primaria e real Compagnia del santissimo Crocifisso

Oratorio della Compagnia del santissimo Crocifisso (dei Bianchi) ©Patrizia Grotta

Francesca lascia la Vicaria accompagnata dai confrati della Real Compagnia dei Bianchi, deputati al conforto dei condannati alla pena capitale. Collocata sopra un carro, attraversa le vie cittadine in un tragitto deliberatamente allungato, come da prassi. Nel luogo dell’esecuzione, sono già assiepate su delle tribune lignee circa 60mila persone, desiderose di assistere allo spettacolo. E, si racconta, quando alcuni fra gli spettatori iniziano a schernirla – ancora come da prassi – Francesca li apostrofa: Ridete pure! Tanto molti di voi verranno con me! La cronaca di quella mattina ci racconta che, a sentenza eseguita, le assi dei palchi cedettero sotto il peso eccessivo degli astanti. Se ne generò una caotica calca di fuggitivi, che provocò un notevole numero di morti. Tanto che le autorità, in segno di lutto, abolirono le celebrazioni carnevalesche previste per i giorni successivi. Una sorta di vendetta dell’avvelenatrice, forse, su chi prima l’aveva usata e poi disprezzata?

Eredi del veleno

È solo questione di pochi mesi prima che, con la manager del veleno, cadano nelle mani della Regia corte capitaniale altre due persone connesse a Francesca. Il primo è Pietro Placido Di Marco, suo complice e, come lei, dispensatore del veleno. Arrestato e torturato alla maniera spagnola, viene infine condannato ad un’esecuzione complessa. Il 21 giugno, infatti, è prima strangolato al palo apposto su una barca; quindi il cadavere viene squartato tramite la trazione di quattro galere. Secondo la Duca, essendo prossime le celebrazioni del Festino di Santa Rosalia ad opera del Senato palermitano, la gran Corte vuole offrire al pubblico – per non sfigurare – uno spettacolo indimenticabile. Macabra contrapposizione, in realtà, fra Sacralità e Violenza!

Veleno nei piccoli: palazzo delle Finanze, ex Vicaria

Palazzo delle Finanze, ex Vicaria ©Patrizia Grotta

Dopo Placido, che ne fa il nome confermando la deposizione di Francesca, cade il terzo apice del triangolo velenifero. È Theofania d’Adamo, ideatrice e preparatrice del veleno straordinario. Donna di letale ingegno e grande orgoglio, tanto da dichiarare sprezzante ai Giudici di essere proprio lei la maestra di Francesca. A punizione della sua arroganza, la Corte criminale decreta un’altra spettacolare esecuzione. Viene, infatti, trasportata, discinta e attenagliata, su un carro, per essere affocata, appiccata e quindi squartata, il 12 luglio del 1633.

Le imprese dei complici terminano così, in un tripudio d’orrore, ma non finisce la storia del veleno nei vicoli di Palermo! Di lì a pochissimo opererà l’ideatrice dell’acqua tofana: Giulia Tofana, cortigiana alla corte di Filippo IV di Spagna, megera, fattucchiera e discepola di Theofania. E il secolo successivo vedrà all’opera la Vecchia dell’Aceto, alias Giovanna Bonanno. Ma queste sono altre storie, che meritano ben altri racconti.

Patrizia Grotta

Autore: Patrizia Grotta

Psicologa e Psicoterapeuta umanista, nonché personal writer con lo pseudonimo di Ljus av Balarm. Unisce psicologia e scrittura creativa nell’ideazione e facilitazione di laboratori psicocreativi di lettura e scrittura. Si occupa anche di biblioterapia.

Francesca dei veleni ultima modifica: 2019-02-18T12:09:14+02:00 da Patrizia Grotta

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