I PALERMITANI RACCONTANO PALERMO

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CULTURA DIALETTO

Dimmi come parli e ti dirò quanto palermitano sei

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Ricordate nonna Lia, la nostra arguta guida nei giochi di una volta? Alcune sue espressioni dialettali ci hanno ispirato l’idea di fare il punto sui più diffusi modi di dire – parole e proverbi – che ancora resistono. Per questo, siamo andati in giro per la città ad ascoltare e a domandare a persone di ogni ceto e genere. Abbiamo così ottenuto un vivido campione espressivo di una lingua, il Siciliano, che tutt’oggi rappresenta un addensante tra persone reciprocamente anche molto diverse. Sfumature del palermitano che – ci auguriamo – perdurino nel tempo attraverso ogni cambiamento e globalizzazione.

Le sfumature del palermitano

Le vie dei mercati e dei quartieri popolari sono sicuramente l’ambiente naturale del dialetto palermitano. Non può, però, stupire che il suo uso – seppure con frequenza minore ed espressività più lieve – sia diffuso a qualsiasi livello socioculturale. Ad una certa età, inoltre, da qualche parte nell’adolescenza, sfoggiare il dialetto diventa persino segno di ribellione verso un percepito conformismo genitoriale. Solo in seguito, il Palermitano istruito vede nel dialetto una naturale forma di riappropriazione delle proprie radici culturali e territoriali. È moda recente, d’altronde, l’utilizzo di espressioni dialettali come arricchimento di vari oggetti destinati alla vendita per turisti e non. Così, singole parole o intere espressioni passano di bocca in bocca e fanno da ponte fra mondi socioculturali diversi! L’essenza del dialetto, infatti, è unire anziché dividere. Vediamo allora insieme una raccolta di sfumature del palermitano, prese per strada e fra le chiacchiere. La nostra domanda è stata: qual è l’espressione dialettale che maggiormente usi? Quelle non presenti in questa galleria, ci piacerebbe che foste voi ad aggiungerle nei commenti.

Ode alla madre

Vogliamo iniziare con una delle sfumature del palermitano più intimistiche e diffuse? Eccovi il poliedrico bedda matri, testimonianza di come quello con la madre sia un legame ancestrale interculturale di protezione e invocazione! Il Palermitano sa calibrarne istintivamente – per genetica, diremmo – le varie sfumature di significato. Dallo spavento, alla compartecipazione emotiva, alla desolazione, passando per l’ironia. Nella variante bedda matri santissima, il suo senso si amplifica e si approfondisce. Se la faccenda è ancora più grave, ecco che si ricorre al Matri matri matri, degno di una tragedia greca e capace – da solo – di dar voce alla drammaticità universale!

La filosofia del “futtirisinni”

Non c’è discussione, arrabbiatura o delusione che a Palermo non possa trovare soluzione con un catartico e futtitinni! È un vigoroso invito a non dare al rivale o all’asprezza della vita la soddisfazione di vederci vinti e abbattuti. Come anche a cercare il lato leggero – attenzione, non superficiale – dell’esistenza. Futtirisinni, infatti, è un’arte che si affina con tempo ed esperienza, non certo un arrangiarsi da novellini! È ben diverso ad esempio, da chi vi dice ri unni mi chiovi mi sciddica, che dà voce, piuttosto, alla strafottenza. Minchia, cumpa’, futtitinni diventa l’apice di una filosofia esistenziale, miscela di pragmatismo, epicureismo e Zen (come filosofia orientale e non come Zona espansione nord!). Condensando in sé tre epigoni linguistici dell’espressività antropo-linguistica palermitana, esorta ad una saggia sdrammatizzazione di eventi e vissuti.

Sfumature del palermitano: minchia, icona per eccellenza licona p
Icona per eccellenza ph ©Patrizia Grotta


Perché è ora di finirla con questa storia del Palermitano (quindi del Siciliano) come creatura inerte e impotente verso le vicissitudini della vita. Il Palermitano, invece, ben distingue quando è ora di darsi una smossa (anzi, un moto) da quando sedersi ad attendere sulla famosa sponda del fiume. Dell’icona linguistica siciliana per eccellenza, minchia, si è detto e scritto tanto. Potente tanto da valicare i confini regionali per infiltrarsi nel vocabolario degli altri Italiani, è un universo completo di significati emotivi e di intenzioni. Tra le sfumature del palermitano, questa vi consente di esprimere qualsiasi stato d’animo, se sapete associarle la giusta musicalità, la gestualità e lo sguardo.

Siamo tutti fratelli o comunque parenti

Cumpa’, dicevamo. Eh sì, perché prima dell’american slang di “bro” e correlati, c’è stato il Palermitano a ricordare al mondo quanto – in fondo – siamo tutti, se non proprio fratelli, perlomeno cuci’ (cugino) e cumpa (compare). Anche qui, il significato non è univoco, perché – sia chiaro – il palermitano è un mondo a tutto tondo. La direzione della parola è affidata all’intonazione, che può andare dall’allegria, al cameratismo, fino alla minaccia. Tra cumpa’ si può essere come u lazzu ‘ca strummula, ovvero talmente incucchiati (uniti) da aver bisogno l’uno dell’altro per funzionare. O anche come criccu, croccu e ‘mmanicu ‘i ciascu. In caso malaugurato di litigio, facemu finta ‘ca eravamo ziti e ni lassamu, cioè facciamo come se non fosse successo nulla. Tra le varie sfumature del palermitano, accanto a cumpa’ e cuci’ abbiamo sentito spesso stat’accura o tout court accura. Espressione a nostro avviso capolavoro, perché contiene un manicheismo spiazzante, muovendosi dall’anelito di cura più puro al più inquietante avviso di pericolo.

L’inutilità del correre

A proposito di minaccia, quella che maggiormente ci colpisce per la sua musicalità emotiva è il secco cu cui hai currutu. Provate voi a ripeterla, più di una volta, prima a voce bassa e sommessa e poi sempre più alta e determinata. Ecco, non sentite che il vostro potere, la vostra risoluzione, la vostra dignità – addirittura – si sia elevata? In questa frase c’è, infatti, il senso di sé, l’autostima, quel forte moto interiore che dice: se mi credi stupido, sbagli perché invece devi temermi! Tanto che, come ci ricorda un’altra fra le sfumature del palermitano, curri curri ca ‘cca t’aspettu, no?

Sfumature del palermitano: merchandising per il dialetto
Merchandising per il dialetto ph ©Patrizia Grotta

D’altronde, che il Palermitano sia sornione ma non certo fesso è sancito nella frase più ricorrente, soprattutto, per strada: p’un cuinnutu, un cuinnutu e mmienzu. Semplice ma immediata avvertenza su quanto sarò sempre un passo avanti rispetto al mio interlocutore/avversario nel saperlo fregare. Sì, perché a Palermo (come in Sicilia), la parola cuinnutu (cornuto) non ha soltanto la classica connotazione negativa di tradito (sessualmente)! Nella sua forma originaria, come anche in derivati (cuinnutazzo, ad esempio), assume anche quella di furbo o malandrino o vivace.

L’ineluttabilità e la consapevolezza

Se un Palermitano vi dice agnello e sucu e finiu u vattiu, non vi resta che tistiare (far cenno di sì con la testa) gravemente. Il messaggio è, infatti, chiaro: niente, la cosa è finita senza possibilità di replica o ripresa. E che dire di comu finisci si cunta? È inutile, cioè, lambiccarsi il cervello con ipotesi ed ansie anticipatorie su ciò che accadrà o sul come andrà: alla fine dei fatti, si vedrà! Anche perché, si sa, cu nasci tunnu un pò moriri quatratu, quindi è inutile sprecare energie a voler cambiare qualcuno (ottimo consiglio di coppia!). E poi, addirittura, ci sono persone che è meglio proprio lasciar perdere, per quanto inaffidabili: sono le bannere ri cannavazzu.

I mercati tengono alto il dialetto
I mercati restano dominio del dialetto ph ©Patrizia Grotta

In contrasto all’idea diffusa che il siciliano sia un popolo pessimista, tra le sfumature del palermitano eccovi servito cchiu scuru i menzanotte un po’ fari. Ovvero, al peggio c’è un limite e dopo, comunque, c’è l’alba, sempre. La finezza conoscitiva palermitana dell’animo umano si esprime in una metafora animale: u lupu di mala cuscenza comu la fa la pensa. E già: il male è nell’occhio di chi guarda, no? Il bene, invece, non va sbandierato, poiché – ci dicono – lu megghiu jocu è fare beni e parrare pocu. Della flessibilità tutta sicula – ribadiamo, non passività – è permeata, infine, l’espressione calati juncu ca passa a china. Perché, sappiatelo: megghiu essiri ‘mmiriatu (invidiato) ‘ca mischiniatu (compatito). Il Palermitano – sia chiaro – si piega, ma non si spezza.

Dimmi come parli e ti dirò quanto palermitano sei ultima modifica: 2019-10-03T14:39:30+02:00 da Patrizia Grotta
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