I PALERMITANI RACCONTANO PALERMO

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MEMORIA STORIA

Buca della Salvezza e Scopariote, antiche guerriere palermitane

Buca della salvezza in via Alloro

La storia di Palermo – come quella dell’umanità intera – non è certo fatta soltanto dai grandi eventi. Ne esistono, piuttosto, una miriade di minori; episodi divenuti col tempo aneddoti quasi leggendari. Oggi ve ne raccontiamo uno che ci porterà nel cuore della Kalsa e che parla di quanto astute siano le donne palermitane. La nostra storia, infatti, ruota attorno ad una buca della salvezza e all’impetuosa indole di alcune popolane.

La Rivolta della Gancia

Venti di rivolta

Le premesse della nostra storia hanno i connotati dei grandi eventi. Siamo nel 1860, in pieno Risorgimento italiano. Grandi impulsi attraversano la Penisola e le Isole nell’anelito che porterà all’Unità d’Italia. A Palermo – come in tutta la Sicilia – il Governo è ancora in mano ai Borboni. Non nuova ai venti di rivolta, la città respira aria di ribellione al comando spagnolo. Il comitato rivoluzionario di Palermo progetta grandi eventi per ribaltare la monarchia borbonica e liberare la città dal giogo straniero. Gli animi sono caldi, l’occasione sembra propizia, l’ispirazione si propaga rapida e forse incauta. L’innesco viene dato il 3 aprile, quando, nelle colline di Boccadifalco che fronteggiano Baida, un gruppo di rivoluzionari armati affronta coraggiosamente un battaglione del Real Esercito delle due Sicilie. La battaglia è cruenta, l’effetto sorpresa sembra dare speranza agli antiborbonici, ma Simonetti – capitano dell’esercito – tiene uniti i suoi uomini e l’attacco rivoltoso è infine domato.

Frati e Rivoltosi

In città, intanto, da giorni Francesco Riso coordina le azioni clandestine di altri rivoltosi. Cresciuto come idraulico, giovanissimo ha già guidato l’insurrezione della Fieravecchia – nel 1850. Con la complicità dei Frati del Convento della Gancia, lui e il suo gruppo di rivoluzionari, hanno già nascosto munizioni ed armi all’interno dell’edificio religioso. Il maestro d’ascia Gaspare Bivona ha anche costruito un cannone, per dar manforte alle intenzioni belliche. Tutto sembra essere pronto. Nella notte fra il 3 e il 4 aprile, sessanta rivoltosi – guidati da Riso – entrano nel convento, pronti all’insurrezione. I frati del Convento danno l’avvio alle azioni, poco prima dell’alba, suonando a stormo le campane: è il segnale, la rivolta ha inizio.

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Stele commemorativa per le tredici vittime del XIV aprile 1860

Il tradimento

E fine, in realtà, già poco dopo. Uno dei frati del Convento, infatti, tale padre Michele da Sant’Antonino, ha avvisato il capo della Polizia, il famigerato Salvatore Maniscalco, sulle intenzioni rivoltose. E mentre le campane gridano la voglia di ribellione, le armi e le urla dei soldati del 6° reggimento borbonico piombano sui rivoltosi e stroncano la rivolta! Lo stesso Riso viene ferito e morirà di lì a poco – in ospedale. Muore anche un frate, insieme a circa una ventina di rivoltosi. Tra fughe rocambolesche e arresti cruenti, il moto si spegne mentre quasi ancora l’eco dal campanile riempie l’aria. Già il XIV aprile, i tredici Rivoltosi catturati vengono fucilati senza processo, nell’attuale piazza a loro dedicata – piazza XIII vittime, appunto. La crudeltà della loro esecuzione vuole essere esemplare verso altre intenzioni di rivolta, ma finirà invece proprio per attizzare il fuoco. I loro corpi vengono ammassati a tre a tre dentro delle casse di legno anonime e infine gettati in un carnaio comune del cimitero dei Rotoli. Un affronto troppo provocatorio, persino per la dinastia borbonica.

Delle Scopariote e della Buca della Salvezza

Bivona e Patti e la Buca della Salvezza

Ma torniamo indietro, nei luoghi della sfortunata rivolta. Nel caos creatosi durante il contro assalto dell’esercito reale, due rivoltosi riescono a sottrarsi alla mischia. Sono Filippo Patti e quel Gaspare Bivona maestro d’ascia. Rapidi e lucidi, trovano rifugio nella cripta del Convento, si fingono morti fra i morti e sfuggono all’arresto. Contano di uscire con il favore delle tenebre, ma non hanno tenuto in conto la pervicacia borbonica. Pattuglie di gendarmi, infatti, continuano a sorvegliare la zona, come deterrente a qualsiasi altra alzata di testa rivoluzionaria. Passano i giorni, cinque, e fame e freddo minano la resistenza dei due uomini. Prima di cedere alla morte, tutto va tentato. Con un martello di fortuna, quindi, riescono a scavare una breccia nel muro e da lì attirano l’attenzione di alcune donne. Per loro fortuna, non sono certo donne qualsiasi!

Scopariote e Buca della Salvezza: scarna iscrizione a memoria dei fatti
L’iscrizione a memoria dei fatti del IX aprile 1860 ph © Patrizia Grotta

Guerriere di strada: le Scopariote

Scopariote: così sono chiamate le popolane di quella via. È via degli Scopari, regno degli artigiani delle scope. Costoro sono note in tutta la zona per la loro energia battagliera. Come guerriere addestrate sin dalla nascita, sono maestre di sciarre e ne conoscono a perfezione rituali e gestualità. Epiteti e spinte – nella loro coreografica scena – culminano sempre nella classica tirata di capiddi. Ogni questione polemica si risolve in questo modo, con la democratica precisione che neanche un tribunale ordinario si sognerebbe. E gli uomini interrompono ogni attività ai primi sentori di furiosa litigata. Non per dirimerle diplomaticamente, però, quanto piuttosto per scatenarsi in tifo accanito per l’una o l’altra delle contendenti. Sono proprio alcune di queste guerriere da strada ad udire i sommessi richiami di Patti e Bivona. Basta poco perché le donne capiscano e sappiano cosa va fatto. E lo spettacolo ha inizio!

La sciarra delle Scopariote

Grida improvvise, parolacce, abbanniate, mani che si cercano indiavolate a fil d’unghia: una sciarra epica si consuma improvvisamente in una viuzza vicino via Alloro. La gente si riversa per strada, pronta ad assistere. Indomite e feroci, le contendenti si sfidano e non sembrano voler placarsi. Il clamore è tale che i gendarmi di pattuglia attorno al Convento accorrono per sedare animi e corpi. L’inganno è riuscito. Mentre l’esercito si adopera per mettere pace fra le Scopariote, Patti e Bivona allargano veloci e col cuore in gola il buco nel muro. Un carrettiere di paglia nei paraggi li scorge e ben intuisce chi siano quei due. Mentre le urla e le maledizioni delle donne trafiggono l’aria della Kalsa, i rivoltosi attraversano la buca della salvezza e si rifugiano fra la paglia. Il carro si è ormai allontanato, quando la sciarra si ricompone e le donne tornano alle loro faccende. Missione compiuta.

Lite di donne di strada - Bartolomeo Pinelli (1830) https://genusbononiae.it/
Lite di Donne di strada – Bartolomeo Pinelli (1830) (fonte:https://genusbononiae.it/)

Apologia della Buca della Salvezza

Salvo e, speriamo, grato alle Scopariote, Bivona rientrò a Palermo già il 27 maggio dello stesso anno, al seguito di Garibaldi. Ed il resto è storia nota a tutti. La viuzza della sciarra strategica fra Scopariote ricevette presto il nome di “via 4 aprile”, in ricordo della rivolta. La buca della salvezza è stata preservata, omaggiata con giusta lapide e ricordo perenne. Il 4 aprile divenne festa ufficiale, rimanendolo fino al 1960, in onore della rivolta che diede campo alle battaglie verso la deposizione del governo borbonico. Attorno alla buca si creò persino una sorta di mito sacro, tanto che fin oltre a metà del XX secolo era usanza giungervi in pellegrinaggio per chiedere delle grazie. In modo ineffabile, infatti, il concetto di salvezza fu scisso dall’astuzia delle Scopariote e, evidentemente, riportato alla divinità. E di quelle generose Scopariote la storia neanche conosce il nome. Donne che agirono d’impulso e solidarietà, sicuramente consapevoli del rischio che correvano, ma guerriere nell’anima e quindi pronte all’azione.

Buca della Salvezza e Scopariote, antiche guerriere palermitane ultima modifica: 2020-02-05T17:23:12+01:00 da Patrizia Grotta
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