TRADIZIONI

Gli antichi mestieri a Palermo, dallo stagnataru all’acqualora

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Il passare degli anni genera nuove tendenze e, di conseguenza, nuove necessità nascono nell’animo dei popoli. Ieri, il sogno dei bambini era diventare calciatori o astronauti, ancor prima pescatori. Oggi, si fa spazio l’idea – ancora un po’ occulta – di essere influencer. E quella speranza di poter darsi il sostentamento grazie alla propria arte peculiare è rimasta nei secoli e nei secoli. Gli antichi mestieri, seppur per la maggior parte sembrino scomparsi, hanno lasciato i loro frutti. Essi sono onorati per le vie di Palermo ogni giorno e, chiunque, si ferma ad osservarli. È il caso dei pupi, che incantano i turisti, dei mobili finemente intagliati che accolgono gli ospiti, e delle pentole dal fondo bruciacchiato conservate in un cassetto.

Mestieri scomparsi, usanze tramandate

A Palermo, non si butta via niente. Oggi, come tanti anni fa, tale principio è insito nella mente del popolo. È per questa ragione che, in passato, antichi mestieri come quello del conzaquartaro e dello stagnataru erano un punto di riferimento. Essi, rispettivamente, riparavano utensili di terracotta e di rame. Brocche, recipienti e piatti rotti venivano bucati e, attraverso i due fori, il mastro faceva passare un filo di ferro, con cui legava le parti spezzate. Pentole e pigniateddi, invece, venivano rinsaldate – cunzate – con uno strato di stagno all’interno.

E anche coloro che costruivano oggetti di ogni tipo, erano dediti a ripararli nei casi in cui sorgesse un problema. I siggiari erano pronti a rattoppare e rendere come nuove le sedie dei loro clienti, che spesso venivano anche affittate. Lo scarparu, invece, confezionava scarponi su misura, che dovevano essere capaci di superare ogni intemperia, prima di essere aggiustati. Oggi, il mestiere del calzolaio, è ricercatissimo. I palermitani si rivolgono ai pochi rimasti in attività per evitare di gettare le loro scarpe usurate, ormai esclusivamente prodotte dalle industrie e acquistate nei negozi.

Umili, ma onesti

Tra i tanti antichi mestieri di Palermo, ce n’erano diversi molto umili. Il popolo, infatti, tentava in qualsiasi modo di guadagnarsi qualche soldo, mettendosi al servizio dei concittadini. È il caso delle acqualore, ovvero delle procacciatrici d’acqua. Esse andavano a raccogliere l’acqua potabile alla funtaneddra, caricandosi di brocche colme fino all’orlo, e le portavano ai committenti. Al torrente, spesso incontravano anche le lavannare (lavandaie), che facevano il bucato strofinando i panni su una pietra usando come sapone la scibbina, una polvere ricavata dalle bucce delle mandorle bruciate.

Un altro degli antichi mestieri svolto dai membri più poveri della società, e spesso anche più giovani, era quello del lustrascarpe – ben noti nel dialetto napoletano con il termine di “sciuscià”, ma in gran numero presenti anche nella Sicilia dell’epoca –. Qualche anno fa a Palermo, grazie a un’iniziativa di Confartigianato, i lustrascarpe sono riapparsi per le strade, con l’obiettivo di lucidare mocassini e stivali di cuoio, nello stupore dei passanti.

Antichi mestieri, arti nuove

Le arti non muoiono mai, e senza dubbio nessuno vuole abbandonarle. Per questo motivo i pupari hanno conservato nel tempo quella particolare attività nata in Sicilia tra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo, a cui hanno dedicato la loro vita. Il Puparo è non solo un costruttore di marionette, bensì anche creatore di storie, attore, scenografo e costumista. Un cuntastorie evoluto che sapeva darsi da vivere in modo peculiare. Così, anche oggi, tra i vicoli di Palermo di fronte al Teatro Massimo, giungendo in via Bara all’Olivella, ci si trova davanti al Teatro dell’Opera dei Pupi dei Figli d’Arte Cuticchio. Un posto magico – un po’ amarcord – che incanta chiunque lì faccia il suo ingresso.

Antichi mestieri: Pupi siciliani

I pupari oggi a Palermo si contano sulle dita di una mano, ma tanti altri antichi mestieri hanno, invece, cambiato nome e modalità di azione, adattandosi ai cambiamenti. È il caso dei vanniaturi, che per le vie della città annunciavano ad alta voce le ordinanze del Governo e le ultime novità riguardanti il popolo, allertando soprattutto gli analfabeti, che non sapevano leggere gli annunci. L’avvento delle radio e delle televisioni, nonché la diffusione dell’istruzione, ha reso non più necessarie queste pratiche, ma possiamo dire che gli odierni giornalisti abbiano ereditato la loro mansione.

Gli antichi mestieri a Palermo, dallo stagnataru all’acqualora ultima modifica: 2019-11-06T16:56:31+01:00 da Chiara Ferrara

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